Abyssian - Nibiuran Chronicles (Planet Underground)
Amici di Heavy Rock’N Blog, siete
pronti per un nuovo tuffo nel puro underground Made In Italy? Sì?
Ottimo, perché oggi parliamo degli ABYSSIAN, un progetto dato dalla
mente dell’ex Sinoath (fino al 1995) Rob Messina in quel di Milano.
La band ci propone un album da loro definito “atlantean doom
metal”. Dopo l’esperienza nei Sinoath e un lungo periodo di
fermo, Rob decide di dare vita a questo progetto nel 2010 per dare
sfogo alle sue idee di sonorità dark/doom, ispirandosi a culture
sommerse alla Atlantide, mondi sconosciuti e antichi alieni. La prima
demo del 2014 “The Realm of Commorion” vede in organico anche
Frans Svirnath alla chitarra ritmica e drum programming. Con gli
ingressi in organico di Vizz al basso e Rick alla batteria, gli
Abyssian iniziano a prendere la loro vera forma. Nel 2016 esce, per
Violet Nebula Productions e Visionaire Records, il loro primo
full-lenght “Nibiruan Chronicles”, disco che vi presenterò ora.
Il lavoro di Rob e soci inizia con
“These Days of War”, che si presenta a noi con un tappeto di
vibrazioni del basso e chitarre in versione acustica, quasi
spagnoleggiante. A metà traccia si affaccia sullo sfondo un suono di
archi. Pezzo breve, una vera e propria intro strumentale molto
suggestiva. Lasciamo l’introduzione ed entriamo nel vivo con “The
Realm of Commorion”, dove le chitarre iniziano a distorcere e la
batteria fa capolino. Le note lunghe dell’accompagnamento fanno da
contrasto al virtuosismo della lead guitar. Compare la voce pulita,
una melodia dolce e tetra allo stesso tempo. Pseudo dolcezza che
scompare poco dopo, quando Rob passa al graffiato per il ritornello.
L’atmosfera è cupa, a tratti spettrale… Poco prima di metà
canzone si passa ad un momento di calma apparente, come fosse la
“quiete prima della tempesta”. Godibile l’assolo di chitarra
che ci si presenta alle orecchie dopo i 4 minuti, che apre la strada
al ritorno alle atmosfere iniziali. Purtroppo la pecca arriva nel
finale, che sembra messo lì a forza solo per poter passare gli 8
minuti di canzone. “Neanderthal Sands” è la terza traccia del
disco: chitarre pesanti, batteria sorda ma incisiva. La lead guitar
apre la strada ad un cantato a metà strada tra graffiato e growl,
che si alterna ad un buon pulito dalle basse tonalità. Attorno ai 2
minuti iniziamo a conoscere alcuni effetti di elettronica, che si
mescoleranno poi bene al resto della musica. La canzone fila liscia
fino ai 4 minuti, quando, prima del solo, le chitarre lasciano il
posto a basso e batteria come accompagnamento principale della voce.
“No Place for the Heart” ha un inizio molto soft di chitarra,
alla quale presto si unisce un accordo di archi. Il tutto lascia
posto alla canzone vera e propria, cantato clean e note lunghe. Tutto
precede senza scossoni fino a poco prima dei 3 minuti e mezzo, quando
il cantato si alterna con un quasi growl bello aggressivo, che si
accompagna bene all’incremento ritmico del brano.
Arriviamo a “Black Rainbow”, la
canzone che ci fa fare il giro di boa di metà album. L’inizio è
bello ritmato ed accattivante, per poi procedere su ritmi niente
affatto blandi, che contrastano bene col cantato clean. Davvero ben
inseriti gli effetti delle tastiere. A circa 3 minuti e mezzo si ha
un rallentamento, che ricrea per qualche secondo il battito cardiaco,
per poi ritornare ai ritmi iniziali. Bello il momento degli assoli,
davvero ben pensati. Forse l’unica piccola pecca nel brano sta nel
cantato, che in un paio di punti sembra restare senza fiato e da
l’impressione di faticare a finire la frase. “The Sins of
Atlantis” è la sesta canzone: inizio soft, chitarra “spettrale”,
basso inesorabile, testo parlato e ritmo sui piatti… un inizio
assolutamente inquietante per la canzone più corta incontrata
fin’ora. Un brano tutto parlato, ma davvero suggestivo, di 4 minuti
che veramente volano. La settima traccia è “Zep Tepi”, che ci si
presenta con una lunga parte iniziale strumentale. La voce appare
dopo un minuto e mezzo con un cantato quasi parlato, che varia spesso
dal clean cupo al graffiato quasi growl. Il brano sfiora i 9 minuti,
ma non annoia affatto. “Back To Tilmun” è la penultima canzone:
l’inizio è molto soft, per poi catapultarci in momenti molto più
trascinanti che, in brevi tratti, ricordano un po’ il classico
rock’n’roll. Ma sono pochissimi secondi, e si torna alle sonorità
più classiche dei disco. In certi punti si sentono in sottofondo dei
piccoli accenni di tastiera, un escamotage molto accattivante. Belli
anche gli improvvisi cambi di ritmo e di battere/levare.
Giungiamo all’ultima canzone con “La
Luna”, l’unica con il titolo italiano. Intro soft, schitarrate
distorte poco dopo: uno strumentale di chiusura di quasi 3 minuti, un
continuo crescendo fino alla conclusione, quando il volume inizia a
scemare fino ad esaurirsi completamente.
Che dire, Violet Nebula Productions e
Visionaire Records hanno per le mani un lavoro di buon livello. Il
Doom degli Abyssian è davvero ben fatto ed accattivante. A parte un
paio di pecche di poco conto, l’album merita assolutamente
l’ascolto da parte degli amanti del genere e, perchè no, può
essere un punto di partenza per chi vuole avvicinarcisi.
Label:
Nebula Productions / Visionaire Records
Genere:
Atlantean Doom Metal
Nazione: Italia
voto: 8/10
a cura di:
Robin Bagnolati


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