21 maggio 2018

Ulvedharr - Total War

Ulvedharr - Total War
Genere: Thrash Metal
Etichetta: Scarlet Records
Anno 2017

Secondo il parere di chi scrive, la scena musicale a cui gli italianissimi Ulvedharr appartengono è divenuta molto ripetitiva. Le band, e soprattutto i dischi, tendono tutti a somigliarsi tra loro, con poche, pochissime differenze a rendere i vari prodotti unici. C’è chi usa l’orchestra, chi utilizza delle parti prog. Ma la maggior parte della scena si somiglia troppo. Per fortuna, gli Ulvedharr non sono tra gli ultimi. “Total War” è un disco enorme. La formula è la stessa, come possiamo capire da “Wolves”, secondo brano del disco (dopo una intro atmosferica). Il Black-Thrash proposto dal combo bergamasco è semplice e diretto, senza fronzoli e senza troppe pretese. Ci sono brani più lenti e pesanti (Flagellum Dei), ma non per questo inferiori agli altri. Anzi, abbiamo dei minuti di falso respiro prima delle mazzate, come succede in “Inquisition”. La Titletrack alza l’asta del Black Metal, lasciandosi alle spalle un pochino il thrash rendendo l’atmosfera del disco instantaneamente fredda e cupa, come se fosse appena finita una battaglia senza precedenti. Atmosfera che diventa sempre più fredda con i successivi tre brani, che non fanno altro per l’appunto che rincarare la dose. Ed ecco che ad appena una canzone dalla fine la band rallenta, ritornando brevemente alle atmosfere del terzo brano. Siamo giunti alla fine di questa guerra, l’ultima battaglia ci sta aspettando, il campo ormai è disseminato di morte e sangue, tristezza e desolazione. L’arrivo di una nuova era oscura è imminente, e i 4 minuti di “The Dark Age” non fanno altro che accompagnare gli eserciti in una marcia veloce e devastante, ma dal sapore molto forte di morte. Ma la chiusura ci svela una cosa importante, ci fa riflettere su una cosa essenziale: la guerra non avrà mai fine.
Pausa, tregua. Ma mai una fine. Detto questo, è bene ripetere alcune cose. Gli Ulvedharr, con “Total War”, hanno mostrato che, anche se fai la stessa cosa fatta da centinaia di band prima di te, se lo fai con passione e voglia di farlo, riesci a farlo benissimo. Il disco è indispensabile per chiunque ami il genere, ma altrettanto essenziale per chiunque voglia approcciarsi o, come me, voglia dare una seconda chance al buon caro Black-Thrash metal. Certo, all’interno non ci troverete canzoni memorabili o passaggi unici, ma va benissimo proprio per la sua semplicità. Un disco che trasuda morte e disperazione ma che soprattutto non lascia prigionieri. Peccato solo per la copertina, disegnata in modo “infantile” e abbastanza “banale”, messa a confronto al contenuto del disco stesso.

A cura di:
Antonio Rubino (Heavymagazine.it °)

Rate: 7,5

Tracklist:
This Is War...
Wolves
Flagellum Dei
Inquisition
Total War
Wrath of Brenn
Krigaren
Master of Slavery
Legion
The Dark Age
...Will Never End



29 marzo 2018

Genus Ordinis Dei - Great Olden Dynasty

Siete alla ricerca di un album imponente che può farti sentire onorato della nostra scena metal? Siete alla ricerca di un platter che mischia abilmente un magniloquente e feroce Death metal con  delle pompose ed ispirate orchestrazioni ? Siete  capitati nella recensione giusta perchè "Great Olden Dynasty" è  tutto quello che può desiderare un qualunque fan del genere. Qui c'è tutto; magniloquenza, Potenza e violenza, il tutto legato in un vorticoso ma ispiratissimo connubio Symphonic Death Metal. 

I Genus Ordinis Dei nascono a Crema nell'ormai lontano 2009 ed hanno già alle spalle un ottimo debutto discografico nel 2013 con "The Middle".  Tre anni più tardi ritornano in studio per registrare l'EP dal titolo omonimo. Nel 2017  i nostri tornano nuovamente sul mercato con un nuovo Full-Lenght Prodotto da Simone Mularoni ai Domination Studio e distribuito da "Eclipse Records".

L'album strabiglia l'ascoltatore fin dalla opener "The Unleashed" o della seguente "You Die in Rome", entrambe dotate di riff taglienti che ricordano addirittura gli americani  Lamb Of God, esso si incastona a meraviglia con la pomposa colonna sinfonica degna dei migliori Dimmu Borgir. Guitar Working di spessore e sound veramente di alto livello, nulla da invidiare a band più famose; cito la dinamica "Morten" con tanto di pianoforte,  si tratta di un brano che inizialmente ricorda una ballad metal ma poi si trasforma progressivamente in un pezzo imponente  di assoluto spessore, dotato di una forte espressività, il pianoforte riesce a dare una maggiore incisività e qualità al brano rendendolo uno dei migliori episodi della tracklist per la sua unicità; "The Flemish Obituary” vede  i nostri  ancora in forte ispirazione  e in questo caso si concedono a sonorità più  neo prog dando un'atmosfera molto suadente  al prodotto, "ID 1340" invece  è il  pezzo  più diretto e  Death metal di tutta la tracklist, sonorità meno ricercate ma pur sempre feroce  e graffiante. Come non citare "Salem"  che vede come ospite d'eccezione la  stupenda Cristina Scabbia, cantante dei Lacuna Coil, attualmente anche giudice del talent show "The Voice".  "Salem" ha il piglio di un tipico brano  Melodic Death Metal dotato di chorus davvero  niente male, soprattutto se alla voce c'è un'ospite di valore che aggiunge più epicità al brano stesso.

"Great Olden Dynasty" è potente come una gigantesca bomba H, spazza via tutto ciò che incontra, con il suo muro sonoro fatto di Potenza, Violenza  e magniloquenza sinfonica si candida ad essere  una delle migliori uscite italiane se non la migliore degli ultimi anni. Un album di cui potersi vantare, dotato di una grandissima ed espressiva creatività a livello compositivo, un album che non ha niente  da invidiare a band già più famose come i nostrani Flashgod Apokalypse o i norvegesi Dimmu Borgir. Questo  quartetto molto probabilmente di questo passo  tra non molto tempo li vedremo calcare i grandi palchi europei; un sogno ? un utopia? questo album  semplicemente è la risposta ad ogni dubbio. I Genus Ordinis Dei sono  la prova che il metal italiano è vivo ed è pieno di artisti eccellenti dal talento innato. Un  vero orgoglio.

Rate: 9/10

Tracklist:
1. The Unleashed
2. You Die In Roma
3. Cold Water
4. The Flemish Obituary
5. Sanctuary Burns
6. Morten
7. ID 13401
8. Halls of Human Delights
9. Salem (featuring Cristina Scabbia)
10.Greyhouse

Line-up:
Nick K – vocals & guitars
Tommy Mastermind – guitars & orchestra
Steven F. Olda – bass
Richard Meiz – drums



A cura di:
Michele Puma Palamidessi

22 febbraio 2018

Mistheria - Gemini

Il disco di cui state per leggere la recensione è “Gemini”, sesta e ultima (almeno per il momento) fatica in studio di Giuseppe Iampieri, aka Mistheria. Il musicista italiano ha davvero girato il mondo, e ha avuto l’immenso piacere e onore di collaborare con musicisti internazionali di tuttissimo rispetto (uno su tutti, Bruce Dickinson). Eccolo nuovamente qui dopo sei anni, pronto a inondarci con il suo neoclassicismo e la sua tecnica sopraffina. Ad aprire le danze è “Hands of Fire”, una canzone che mi ha riportato subito alla mente i più classici Rhapsody of Fire (e anche qualcosa del “nuovo” Luca Turilli). “Angels in the Shadow” continua quanto fatto dalla prima canzone, donandoci qualche atmosfera Rhapsodiana senza però aggiungere nulla di nuovo. Ma siamo ancora alla seconda canzone del disco, che accellera con “Fight of the Bumblebee”, pezzo molto più pesante e tirato, in cui si fanno notare molto piacevolmente dei cori che rendono il tutto molto epico e imponente. “Moonlight Sonata” rallenta il ritmo, facendoci entrare in atmosfere sognanti ed eteree, grazie al suo incedere cadenzato e i suoi virtuosismi, messi questa volta a disposizione dell’ atmosfera, che diventa ancora più leggera e sognante in “Air: The Day After”, una power ballad molto potente ed emozionale, quasi commovente. Qui la mente parte, facendoci viaggiare per realtà che vorremmo fossero vere. Ma ritorniamo a terra, ritorniamo nella nostra realtà con “Devil’s Step”, canzone che riprende il discorso iniziato dalla prima canzone del disco, con il suo neoclassicismo e i suoi virtuosismi di stampo classico. “Prayer to God” spezza letteralmente il disco in due, grazie al suo essere composta soltanto da un lungo assolo di tastiera, sostenuto da qualche coro ed effetto di synth, rendendo l’ascolto nuovamente interessante, vista la ripetitività del precedente brano. La successiva “Prog Fantasy” è il classico e canonico componimento neoclassico, una canzone che scorre via senza troppe pretese e senza catturare molto l’attenzione dell’ascoltatore, se non per un meraviglioso intermezzo di batteria e pianoforte. Da qui in avanti il disco si concentra maggiormente sull’aspetto sinfonico e classico del suo essere, mettendo leggermente da parte virtuosismi varii in favore di maggiore atmosfera e bellezza. Pezzi come “Falling Stars” e “Adagio in G Minor” sono dei piaceri assoluti per le orecchie, pezzi che rimangono subito in testa per la loro bellezza e meraviglia. Un piccolo pattern di batteria ci avvisa che siamo giunti alla fine del disco: “Metal Piano Sonata, Op13” fa calare il sipario, ma lo fa in pompa magna: quasi 10 minuti di puro tecnicismo e virtuosismo, unito a elementi sinfonici e cori rendendo questo pezzo il degno riassunto di tutto il disco, come fossero dei titoli di coda, in cui vediamo scorrere tutto quello di cui il disco è fatto. “Gemini” è un disco che ogni buon fan e adoratore del Neoclassicismo deve ascoltare e fare suo, nonostante qualche passaggio ripetitivo e qualche pezzo difficile da assimilare. Con una batteria di qualche BPM sotto sarebbe stato senza dubbio un capolavoro. 



Rate: 7,5/10

Tracklist

01 – Hands Of Fire

02 – Angels In The Shadow
03 – Fight Of The Bumblebee
04 – Moonlight Sonata
05 – Air “The Day After”
06 – Devil’s Step
07 – Prayer To God
08 – Prog Fantasy
09 – Falling Stars
10 – My Dear Chopin
11 – Asturias
12 – Adagio in G minor
13 – Metal Piano Sonata op.13

Line-up

Mistheria – music, arrangements, keyboards

Roger Staffelbach – guitar
Leonardo Porcheddu – guitar 
Ivan Mihaljevic – guitar 
Steve Di Giorgio – bass 
Dino Fiorenza – bass 
John Macaluso – drums 
Chris Caffery – guitar 
Roy Z – guitar

A Cura di:
Antonio Rubino

21 febbraio 2018

Last Rites - Nemesis (Planet Underground)


Terzo sigillo per i liguri Last Rites che con esso festeggiano i 20 anni di carriera. Infatti questo complesso savonese è attivo dal lontano 1997 tra compilation e tante date live la band matura nel tempo un proprio sound ispirandosi a band thrash di stampo americano. Arriviamo così nel 2002 con la pubblicazione del primo album “Mind Prision” che fu accolto molto positivamente dalla critica e dagli amanti del genere Thrash/death metal. Negli anni seguenti la band pubblica degli EP e vari singoli, nel frattempo avvengono alcuni cambi nella Line up senza snaturare il loro sound ben rodato che rimane aggressivo al punto giusto. Nel 2016 pubblicano il loro secondo album “Unholy Puppets”, anch'esso riscuote un ottimo successo tra gli appassionati con conseguente tour promozionale. Arriviamo così nel 2017 dove i nostri fanno uscire “Nemesis”, il terzo sigillo discografico pubblicato il 10 Agosto dalla giovane etichetta “MASD records”, una logica e naturale evoluzione di una band che, nonostante i vari cambi nella  line-up non ha mai snaturato il proprio sound se non evolvendolo di album in album; la band si presenta con Dave alla voce/chitarra, Bomber alla seconda chitarra, Laccio alla batteria e infine Fens al basso.

Nemesis” è un viaggio tra l'angoscia, l'oppressione dell'uomo nel proprio universo dove il proprio credo gioca un ruolo primario e fondamentale. Un viaggio spirituale tra il bene e il male, luce contro il buio. Infatti brani come “Architecture of Self-Destruction”, 26.04.86" (  riferito alla strage di Chernobyl), dove la furia devastatrice crea un muro sonoro veramente devastante, grandissimi riff e drumming martellante, oppure “Ancient Spirit” sono l'esempio di tale scontro spirituale tramutato in musica; brani feroci e granitici, un connubio di angoscia e violenza inaudita, dove catapulta l'ascoltatore in un turbine di riff che ricordano fortemente un thrash metal vecchia scuola (Slayer, Kreator).
Menzione d'onore anche per "Realm of Illusions", un brano che ricorda il tutto per tutto i Testament con il suo ottimo guitar-working curato in ogni dettaglio coadiuvato ad un ottimo Songwriting. 

Questo Terzo Full-Lenght suona come una nemesi divina di una band ormai veterana ma piena di energia e personalità, uno dei migliori episodi del 2017 per quanto riguarda le uscite metal di stampo italiano. Ricordiamo inoltre che "Nemesis" è stato registrato e mixato dalla Blackwave Studio di Genova da Fabio Palombi (Nerve, Ritual of Rebirth).  Ci vediamo in tour

Rate: 8,5/10


Tracklist:
Paradox Of Predestination
Architecture Of Self Destruction
260486
Ancient Spirit
Fallen Brother
Human Extinction
Realm Of Illusion
Soul's Havrest 

Line Up:
Dave - voce/Chitarra
Bomber - Chitarra 
Laccio - Batteria
Fens - Basso

A cura di:
Michele Puma Palamidessi

10 febbraio 2018

Slabber - Colostrum (Planet Underground)

Slabber! Non sto neanche a spiegarvi cosa significa questo termine di slang americano, per oggi questo sarà sinonimo di Heavy Metal direttamente da Milano: la band sputa musica nelle nostre orecchie e lo fa potentemente dal 2015 quando Alessandro detto "il Bot" Bottin, Marco "Gastrico" Poliani, Francesco "il Fra" Valerio e Marco "Mcfin" Maffina iniziarono a tradurre le loro idee in suono.

Nel 2017 è uscito il loro "Colostrum", album di 11 tracce che sorprendono dalla prima all'ultima.
L'intro "Vagito" è, proprio come il titolo suggerisce, la voce di un neonato accompagnata da una chitarra che ricorda molto melodie spagnoleggianti, pochi secondi che ci accompagnano dolcemente al "Riot Day" che proprio come una rivoluzione dal primo brano parte "a bomba" senza preavviso: uno strumentale incalzante dura fino all'entrata della voce che, in contrapposizione con il timbro basso della chitarra, suona squillante ed emerge bene dal corpo musicale della canzone. Tutto sommato, la struttura del pezzo è piuttosto semplice, giri di chitarra ripetitivi nelle strofe e assoli ben costruiti. Ciò che davvero fa la differenza in qusto caso è proprio Alessandro con il suo stile di canto fuori dagli schemi. Un finale ritmato ci conduce alla terza traccia.
"Blood in the Nation" dominata dalla potenza della chitarra e il confronto tra i due tibri di canto di Alessandro e Marco. Un pezzo con il quale non si riesce a tenere la testa ferma: scoprirete che si muove involontariamente a tempo, trascinata dal ritmo. La parte di assolo di chitarra si fa decisamente interessante discostandosi molto (e bene!) dalla ritmica tenuta durante il corpo della canzone. Finale ed intro risolvono allo stesso modo, principiando e concludendo il brano in modo equilibrato.
Una fantastica introduzione di pianoforte sconvolge l'atmosfera creata precedentemente dalla traccia appena conclusa, portandoci alla quarta posizione: "Dust".
Un pezzo ritmicamente più tranquillo che crea un bel contrasto con le tracce dell'album, giocando molto sulle armonizzazioni, l'orchestra e i cori. Una delle tracce migliori (a mio parere).
L'aver momentaneamente abbandonato gli acuti per giocare con le voci di background ha fatto guadagnare molto alla canzone, la parte lasciata alla chitarra non delude rimanendo in liena con la fantasia anche precedentemente dimostrata.
Preparate gli accendini perchè ascoltando "Black Skin" sentirete il bisogno di alzare una fiammella al cielo e lasciarvi trasportare dall'atmosfera creata da piano, organo, archi e la voce melodica e graffiante che ormai firma questi pezzi. 1 minuto e 5 secondi di pura magia in perfetto stile Metal-Ballad.
Si è riportati alla realtà da "Unmoved" che irrompe improvvisamente con batteria e chitarra, tornano velocità e acuti dipingere la scena. La struttura è più varia, componendosi di stop ritmici, piccole parti di "quasi parlato" e cambi di velocità.
Alla settima posizione troviamo "Hybrid", interamente strumentale, vorticoso e un totale divertimento per il batterista (e per chi ascolta, ovviamente!) che giova sugli spostamenti di accento dando un colore diverso dal solito alla traccia. Per la struttura utilizzata, sembra quasi che sia la chitarra a cantare con i suoi assoli.
Ci aviciniamo alla fine dell'album con gli ultimi quattro brani: "Violent Man" occupa l'ottava posizione nella setlist di "Colostrum" ed è perfettamente in linea con gli altri brani, ma in qui possono percepire delle influenze  sonore (non tecniche) al prog, nello specifico ad alcuni concept gli Ayreon, senza però discostarsi troppo dallo strampo e dal genere adottato dalla band sin dal principio.
"Connection to Nowhere" è l'apoteosi della chitarra veloce ed incalzante, la voce torna ad essere molto orientata verso frequenze alte, ma non stroppia essendo anche le chitarre sulla stessa lunghezza d'onda. Sebbene i cori siano tornti ad essere poco presenti (come tipico dell'heavy metal) si nota comunque la presenza di synth che fanno un po' da "tappabuchi" in spazi dove la chitarra riduce la sua attività.
Ci tuffiamo nella penultima traccia un po' al buio.. "Lacking Light" (vi prego, cogliete il gioco di parole) decisamente potente e ancora una volta voce e musica sono perfettamente correlate e ben giostrate anche con l'uso di armonizzazioni e cori. Sebbene il testo non sembri partcolarmente felice, musicalmente parlando, la canzone è molto molto gradevole. La miglior coesione tra i vari strumenti si ha, a mio parere, nel ritornello e durante l'assolo di chitarra che nuovamente non delude le aspettative. Sul finale si sente una citazione dei metallica, non so se voluta o meno, ma le sonorità ricordano molto quella band senza sembrare una copiatura.
Con una potente e anche divertente "Killer Worm" concludiamo l'ascolto di questa pubblicazione targata Slabber: l'introduzione a dir poco esilarante anticipa un'altrettanto movimentato sviluppo.
Difficile spiegare le caratteristiche particolari di questo brano, vi basti sapere che si hanno una fusione di effetti elettronici, chitarre con assoli bellissimi, ritmiche molto varie e veloci e synth e modifiche vocali che rendono il pezzo veramente molto gradevole all'ascolto.
Amabile, a mio avviso, il finale con il ritorno al vagito che aveva dato il via all'album.

Ebbene finisce qua questa breve presentazione di "Colostrum" letteralmente partorito dagli Slabber nel 2017, definitivamente un buon album! Magari non spicca per "contenuti nuovi", ma ha buoni testi e direi che le ottime basi per un futuro nel mondo musicale ci sono tutte. Complimenti!

Rate: 8.5/10

Line Up:
Alessandro Bottin - Vox
Marco Poliani - Vox & backing vocals
Francesco Valerio - Basso
Marco Maffina - Batteria

Setlist:
Vagito
Riot Day(br
Blood In The Nation
Dust
Black Skin
Unmoved
Hybrid
Violent Man
Connection To Nowhere
Lacking Light
Killer Worm

A cura di:
Irene Bargelli 
(Bring Me The Music)




8 febbraio 2018

Extinction - The Monarch slaves (Planet Underground)

Dopo diversi anni esce finalmente il debut album degli Extinction, per chi non conoscesse questo progetto esso naque inizialmente in Puglia (Salento) nel 1995; l'anno successivo faranno uscire il loro primo demo formato da 5 brani intitolato " Progress Regress", dopo due anni la band si scioglie a causa del trasferimento a Torino del fondatore e principale compositore Danilo Bonuso. Nel 2014 il chitarrista decide di riformare la band con una line-up rinnovata.
Gli Extinction sono una band death/ groove metal vecchio stile senza tralasciare qualche pizzico di modernità.  Finalmente dopo un totale di 22 anni  i nostri  fanno esordire il loro primo album "The Monarch Slaves".

Questo debutto è  distribuito dall'etichetta tedesca "Unholy Fire Records"; la line-up vede Alice Lospinoso (Darkpeace) alla voce, Danilo Bonuso alla chitarra assieme a  Marco "Hellfire" Campanati, al basso troviamo Marco Vicenza e  Alberto Scrivano alla batteria.
"The Monarch Slaves" (10 pezzi in totale) è un album  Thrash metal con influenze groove (Pantera), facendo suscitare più volte un buon Headbanging all'ascoltatore; infatti brani come "Wrong System" ( sonorità addirittura vicine all'hardcore), "Pain Of Mind" sono degli ottimi pezzi Presi e ri-arrangiati  dalla loro prima demo e suonano a meraviglia, soprattutto la cantante Alice Darkpeace ha veramente una buona abilità vocale nonostante le sue evidenti difficoltà, buono il growling ma deve ancora crescere dal punto di vista della personalità e nella dinamicità. Molto soddisfacenti invece  le linee di chitarra del buon Danilo e di Marco "Hellfire" Campanati, che assieme  formano un buon duo affiatato,  veramente niente male. 
L'album continua su binari thrash old-school, infatti la buona cover dei Nirvana "Smells Like Teen Spirits", "Latecy" e "Under Control" sono un ottimo finale per un debut album soddisfacente

Questo "The Monarch slaves" è un'ottimo album Thrash metal old-school,  ben amalgamato a sonorità più moderne e Groove. Più che decente il Songwriting e buon lavoro per quanto riguarda il  guitar working per un album d'esordio molto concreto ed eclettico, Un debutto che promette molto bene per il futuro del progetto del buon Danilo Bonuso, Promosso.


Rate: 7

Tracklist:
The Monarch Slaves
Conspirators
False Preachers
Fight For yourself
Wrong System
Progress Regress
Pain Of Mind
Smells Like Teen Spirits (Cover Nirvana)
Under Control


Line Up:
Danilo Bonuso - Chitarra
Alice Lospinoso Darkpeace - Voce
Marco Campanati - Chitarra
Marco Vicenza - Basso
Alberto Scrivano - Batteria


A Cura di:
Michele Puma Palamidessi

4 febbraio 2018

Inner Hate - Reborn Trought Hate EP (Planet Underground)

Questa volta parliamo di band veramente talentuose del sud italia; dalla bellissima e  caldissima Sicilia  ecco i thrasher Inner Hate, band proveniente da Caltanissetta, composta da Daniel Ferrara (voce, chitarra), Matt Amodeo (basso) e  Vincenzo Lombardi (batteria).
Il trio si forma nel 2013 e fin da subito pubblicano "First Hate To The World", il loro primo EP autoprodotto, fin da subito si sente la loro potenza, un connubio di Thrash e Death metal di origine scandinava che non lascia scampo l'ascoltatore, soprattutto si rendono riconoscibili grazie ad un sound molto personale e distruttivo che fanno venire alla mente band come Kreator oppure gli Edge of sanity per il loro sound thrash old school.

L'EP si apre con un brano aggressivo che fa capire immediatamente di che pasta è questo trio siciliano, "Sentenced To Damnation" è un brano pieno di riff devastanti, passaggi molto azzeccati in tutta la metrica del brano ed ottimo Guitar-working.  Con "Unholy Cross Of Death" invece le vostre cuffie/ casse chiederanno pietà, un brano di impatto, cattivo nel vero senso della parola, rimembra i migliori Exodus, così come la seguente "Time To Kill", probabile cavallo di battaglia di una band che sta tirando fuori in maniera poderosa i propri artigli metallici, un brano dotato di riff micidiali, un drumming perfetto per un pezzo in puro stile Whiplash. Conclude la title track, anch'essa micidiale e malata, riff e linee di basso ardenti, un Daniel Ferrara in grande spolvero; il  pezzo si conclude con un bellissimo arpeggio melodico, come se la tempesta per ora si fosse placata all'interno dell'occhio di un ciclone fatto di fuoco e fiamme, in attesa di scatenare ulteriormente la sua  furia devastatrice.

Così si conclude il loro secondo EP "Reborn Trought Hate", un lavoro molto ben ponderato e ben svolto, un sound veramente di ottima qualità, colpisce molto l'ottima alchimia tra i vari componenti, grande lavoro anche per quanto riguarda il Songwriting. Questa è la direzione giusta per una band che sembra in procinto di far uscire prima o poi un vero e proprio Full- Lentgh, se queste sono le premesse  allora ci sarà da divertirsi. Questi sono i talenti su cui scommettere seriamente.

Rate: 8/10

Line Up:
Mattia Amodeo - Basso
Daniel Ferrara - Chitarra, Voce
Vincenzo Lombardi - Batteria

Tracklist:
Sentenced To Damnation
Unholy Cross Of Death
Time To Kill
Reborn Through Hate

A Cura di:
Michele Puma Palamidessi